Studio Lemme

L’epocale passaggio di competenze nell’esportazione di libri antichi: tutto è cambiato perché nulla cambi?

UN PRIMO BILANCIO A SEI MESI DALL’ENTRATA IN VIGORE DELLA LEGGE

dell’Avv. Prof. Francesco Emanuele Salamone

Con generale sorpresa da parte degli addetti ai lavori, ad Agosto del 2015, il Parlamento italiano ha varato la nuova legge n. 125/15 che, con decorrenza 16.8.15, ha ricondotto la materia della tutela dei beni librari alla competenza statale.

In altri termini, l’esportazione, la dichiarazione di interesse culturale (alias, la “notifica”), il restauro, gli acquisti coattivi, la prelazione e tutti gli altri istituti connessi alla tutela del bene librario sono stati trasferiti dalla competenza delle Regioni (che, fra mille difficoltà, garantivano comunque la tutela di tale particolare categoria di bene culturale) allo Stato.

Fin qui, sembrerebbe tutto normale. Anzi, ad una prima analisi, la novella normativa agostana era stata presa con sollievo.

Ed invero, ricondurre allo Stato – ovvero, ad un unico organo – la materia in esame aveva certamente il grande vantaggio di garantire uniformità (teorica) delle procedure e di porre quindi fine all’eccessiva discrezionalità amministrativa (a volte, ai limiti dell’arbitrio), che aveva caratterizzato l’operato delle Regioni ed aveva apportato considerevole nocumento all’utente finale.

Ad un’analisi più approfondita della normativa, tuttavia, ci si è immediatamente resi conto che il “Legislatore agostano”,  forse nella fretta di voler ricondurre a sè la tutela del libro antico, in sede di drafting normativo, si era dimenticato, per un verso, di prevedere un regime transitorio (nulla disponendo, ad esempio, in ordine alle decine di procedimenti in tema di esportazione o di “notifica” avviati, dalle Regioni, prima del 15.8.15 e non ancora conclusi a tale data) e, soprattutto, per un altro verso, non aveva individuato quali Uffici statali si sarebbero dovuti occupare degli aspetti legati alla tutela del bene librari a partire dal 16.8.15, data di entrata in vigore della l.n. 125/15.

In altri termini, si era creata una situazione nella quale, da un lato, le Regioni non potevano fare nulla in quanto delegittimate (in senso proprio del termine) e, dall’altro lato, nessun Ufficio statale era stato investito di legittimazione in materia, mancando un’espressa previsione normativa in tal senso o un atto di rango inferiore (un regolamento ministeriale o una semplice circolare) che individuasse il soggetto statale che si sarebbe dovuto occupare della tutela del bene librario.

Solo ai primi di settembre, è arrivato il primo intervento “ortopedico” da parte dello Stato: una nota, del 02.9.15, con la quale la Direzione generale Biblioteche ed Istituti centrali “invitava” le Regioni a portare a termine i procedimenti di tutela del libro antico avviati prima del 15.8.15.

Invito, che – tuttavia – moltissime Regioni, sulla base di un’interpretazione letterale del principio di separazione fra Stato e Regione (dimenticando, però, l’altrettanto fondamentale principio di leale collaborazione fra i vari livelli di governo) – avevano disatteso, non ritenendolo vincolante nei loro confronti.

A fine Ottobre 2015, preso atto del vulnus gestionale creato dalla l.n. 125/15, si è allora fatto ricorso ad un altro intervento “ortopedico”: gli accordi di avvalimento fra Direzioni Generali, attraverso i quali si è ridisegnata la tutela dei beni librari mediante una (non chiarissima) triangolazione operativa fra Direzione Generale Biblioteche ed Istituti centrali, Direzione Generale Archivi, Direzione Generale belle arti e paesaggio.

Gli accordi, siglati il 20 ed il 26 Ottobre 2015, hanno infatti previsto un complesso sistema di deleghe e di trasferimento di competenze, che – fino a quando il sistema non entrerà a regime (traguardo, ancora, molto lontano) – potrebbe creare un pericoloso scarica barile (o, per essere politicamente corretti, un deficit di competenze) fra i vari soggetti interessati, determinato dal fatto che molti dei verbi utilizzati nei citati accordi è coniugato al tempo futuro (che, in Italia, è il tempo dell’impossibilità): “metterà a disposizione”; “provvederà”; “si potrà valutare”; “fornirà tutte le informazioni necessarie per lo svolgimento delle procedure”, e similari.

In poche parole, a fine Ottobre 2015, ovvero a diversi mesi dall’entrata in vigore della l.n. 125/15, non solo non si era risolto il problema dei procedimenti per l’esportazione, la conservazione, la prelazione in materia di libri antichi avviati dalle Regioni prima del 15.8.15 (problema – per il vero – non risolto ancora oggi), ma non si era neanche reso operativo – a livello statale – l’apparato amministrativo che – dal giorno dopo dell’entrata in vigore della nuova legge (il 16.8.15) – si sarebbe dovuto occupare della tutela del patrimonio librario, mancando le disposizioni attuative ed essendo – come visto – i succitati accordi non autosufficienti (vedasi i molti verbi coniugati al futuro).

In sintesi, in Italia, dall’Agosto 2015 e – certamente – sino alla fine di Dicembre 2015, nonostante gli sforzi di molta parte del personale di livello centrale, vi e’ stata un’inaccettabile situazione di minorata tutela del patrimonio librario, determinata dalla predetta stasi amministrativa.

Nessuno, all’interno dell’amministrazione culturale, sapeva cosa dovesse fare esattamente e tutti erano in attesa di disposizioni da parte di altri Uffici, che – interpellati – a loro volta si dichiaravano non competenti.

Una situazione, con le debite proporzioni, paragonabile a quella post “8 settembre 1943”, cristallizzata efficacemente dal maestro Luigi Comencini nella scena del marinaio a cavallo (!), che – all’interno del film “Tutti a casa” – rappresentava lo stato di sbandamento dell’esercito italiano dopo l’armistizio dell’8 Settembre.

Solo adesso, a sei mesi dall’entrata in vigore della nuova legge, il sistema di tutela del patrimonio librario italiano sta iniziando a ripartire, seppur fra mille difficoltà e, soprattutto, senza una visione comune ed in contraddizione con gli orientamenti decennali adottati dalle Regioni.

Ed invero, tale fortissimo rallentamento nell’applicazione della nuova legge sta certamente determinando diversi problemi all’utenza, fra cui – in primis – una pesante violazione del diritto di proprietà privata, tutelato dall’art. 42 della Carta costituzionale.

Difatti, seppur sono ammissibili limitazioni a tale diritto, è altrettanto vero che tali limitazioni non possano essere sine die, come peraltro confermato – proprio in tema di esportazione di beni culturali – dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 7043/2004.

Un conto è, infatti, regolamentare l’esercizio di un diritto; altro conto è, invece, rendere impossibile l’esercizio di talune facoltà (qual è l’esportabilità di un bene) connesse a tale diritto.

I forti ritardi da parte di taluni Uffici esportazione, cui i citati accordi hanno demandato l’avvio e l’istruttoria in tema di esportazione dei libri antichi, stanno altresì determinando anche un serio nocumento all’iniziativa economica privata, anch’essa tutelata dalla Costituzione (art. 41).

L’attuale impasse organizzativa in materia di esportazione ha infatti comportato la fisiologica rinunzia degli operatori del settore (librai e case d’aste, su tutti) a partecipare alle prossime fiere librarie che si terranno all’estero (ove, come è evidente, è essenziale poter esporre i libri offerti in vendita).

Del pari, a rischio sono anche le aste già fissate, tenuto conto che la predetta paralisi amministrativa farà molto probabilmente desistere la gran parte dei potenziali acquirenti esteri (che rinunzierebbero agli acquisti nella sostanziale impossibilità di poter esportare – in tempi brevi – il bene da loro compravenduto), con conseguente danno per il mercato del libro antico.

Senza considerare l’ulteriore danno per l’economia culturale italiana (e per il relativo indotto), derivante all’incertezza nelle procedure di esportazione dei beni librari, con consequenziale diminuzione del livello di fiducia degli investitori esteri.

Che bilancio trarre a sei mesi dall’entrata in vigore della l.n. 125/15?

Al momento, fallimentare!

Ed invero, tale norma – oltre ad aver determinato una situazione di minorata tutela del patrimonio libraio nazionale, bloccando de facto il sistema – è stata certamente un’occasione mancata per affrontare (e risolvere) i veri problemi connessi all’esportazione dei libri antichi.

Quali, ad esempio, (i) lo snellimento delle procedure amministrative (a legislazione vigente, gli Uffici esportazione – nel giro di pochi mesi – saranno infatti letteralmente sommersi da migliaia di richieste per esportazione di libri antichi del valore di pochi euro); (ii) l’elaborazione di apposite linee guida in materia di esportazione dei libri antichi, che – in quanto multipli per antonomasia – non possono essere valutati alla stregua di beni unici come i dipinti o le sculture; (iii) l’introduzione di soglie di valore, che subordinino la richiesta dell’attestato di libera circolazione al superamento di un determinato valore del bene (come, peraltro, previsto a livello comunitario).

Appare quindi evidente che in un Paese, come il nostro, in cui si è arrivati al paradosso secondo il quale – per poter esportare la prima edizione di un “giallo Mondadori” del 1964 (stampato in migliaia di copie e del valore commerciale di pochi euro) – si debba richiedere l’attestato di libera circolazione (atteso l’interesse culturale di tale edizione), la Legge n. 125/15, novellando sensibilmente le competenze in tema di tutela del beni culturali, rappresenti – tuttavia – l’ennesimo esempio  di quel “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, di gattopardesca memoria.

Logica dalla quale e’ necessario rifuggire immediatamente, al fine di evitare che un mercato, quale quello del libro antico, già dilaniato da mille scandali giudiziari, subisca un ulteriore colpo ferale.

Ora, più che mai, è quindi essenziale che gli uomini di buona volontà si mettano repentinamente (ed efficacemente) al lavoro per salvare una risorsa (culturale, prima ancora che economica) di grandissimo valore, qual è il libro antico.

Avv. Prof. Francesco Emanuele Salamone

Lemme Avvocati Associati

Professore a c. di Diritto penale dei beni culturali

Università della Tuscia

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